Vincenzo Teriaca

New York (US), 1965


Il suo primo approccio con la fotografia risale all'età di 13 anni, quando, nella luce del Queens comincia a scattare, rendendosi conto ben presto  di aver scoperto una grande passione. I suoi primi strumenti sono una Kodak instant ed una Reflex biottica, entrambe acquistate a Long Island, sopra il banchetto di un mercatino. Il suo personalissimo cammino di affinamento e di ricerca tecnica inizia poi, o forse sarebbe meglio dire che prosegue via via più consapevole, frequentando le lezioni di un corso di fotografia e camera oscura presso la Lindenhurst Junior Highschool, e ponendo così le basi di un consolidamento formativo che conoscerà in seguito altre due importanti tappe. Ancora a New York, nel 1999, per frequentare la School of Visual Arts, (SVA), con lo scopo di approfondire la conoscenza delle tecniche e dell'illuminazione sia in esterno che all'interno dello studio, naturalistica e paesaggistica, nudo, composizione in studio ed ambientato,  e poi a Milano, dove nel 2000 partecipa ad un corso di fotografia di moda presso L'Istituto Europeo del Design (Babic/Meriggi), accostandosi alla ricerca dell'elaborazione grafica ed alla tecnica del fotoritocco. Ma come spesso accade per gli artisti, quel che potrebbe sembrare un punto d'arrivo, si rivela l'incipit di una nuova ricerca. Vincent infatti raggiunge la piena maturità professionale, almeno dal punto di vista tecnico, accorgendosi subito però che non necessariamente questo traguardo coincide con l'intima soddisfazione derivante dal proprio operato, e dagli esiti in cui di volta in volta l'operato stesso si concretizza e si esprime. L'irrequietezza insomma, e l'ansia creativa, del resto mai sopite, tornano a farsi sentire,  e si manifestano entro le forme di un potente sprone, o forse di un salvifico demone, che lo riconduce sul cammino dell'indagine metodica e della riflessione, perseguendo in sostanza la ricerca della sua latente originalità, e dei modi, dei temi e dei linguaggi necessari ad accenderla e a farla sbocciare. Riprende per questo gli studi, ed approfondisce ed affina la conoscenza, anche attraverso i nuovi mezzi espressivi forniti dall'elaborazione digitale, attraverso l' utilizzo di una Nikon D7000.Influenzato dagli artisti contemporanei, in particolare da Dalì, Salina,Casorati e Worhol, si definisce un po' impressionista, un po' surreale ed un po' pop, secondo una personalissima alchimia di sintesi, nella quale confluiscono anche i contributi derivanti da una scoperta fondamentale, che coincide col rientro in Italia insieme alla famiglia nel 1982. Agli occhi ed alla sensibilità di Vincent si svela la dimensione culturale ed artistica del capoluogo piemontese e lombardo prima, del resto del Bel Paese poi ed infine dell'intera Europa, e sopraggiunge il desiderio di interpretare e raccontare questi nuovi orizzonti di storia, costume e natura, così diversi dalla realtà newyorkese, e di raccontarli appunto attraverso i propri scatti. E' l'inizio di una nuova grande passione e di un fortissimo interesse per qualsivoglia forma di espressione, sia che rappresenti una dimensione della realtà oggettiva, sia che passi attraverso la scultura o l'architettura, o, naturalmente, attraverso il genio manifesto dei grandi maestri della pittura. Questi dunque gli apporti confluiti in un'opera che spazia dal colore al bianco e nero, e gli esiti della quale si possono definire arte pura. Laddove il concetto di fotografia, come composizione tecnicamente ineccepibile non esiste più, o meglio, si rende trasparente, un po' come le righe del pentagramma che pur sorreggendo le note non possono per questo dirsi musica. La tessitura delle sue foto dunque, sebbene sorretta da una solidissima formazione, non ne imprigiona l'essenza, non la sclerotizza nella formalità dell'esecuzione, così come il rigore di Caravaggio non mortifica la luce, e le rende simili a dipinti. Se è vero insomma che secondo alcune ancestrali credenze la fotografia ruba l'anima al soggetto, le foto di Vincent quell'anima o quel senso di un istante ce li restituiscono ancor meglio percepibili e limpidissimi, nei tratti e nei caratteri di una quanto mai riconoscibile forgiatura personale, e se proprio volessimo codificarla, questa forgiatura, allora potremmo dire che un simile percorso di formazione stilistica e metodologica, nonché di ricerca personale, ha finito con l'escludere la strada dell' iperspecializzazione riguardo alle attrezzature ( obbiettivi e pellicole )  privilegiando invece la sperimentazione di qualsiasi modalità efficace nel dare visibilità al soggetto, inteso quale immagine, sensazione ed atmosfera, il tutto completamente avulso dalla staticità, per celebrare e fissare invece il movimento della vita e dunque il dinamismo della realtà.0ggi Vincent ha al suo attivo svariate collaborazioni ad eventi nell'ambito della moda, con particolare riguardo per i servizi di back-stage delle sfilate milanesi. Compongono inoltre il suo book svariati reportage di eventi per la loro promozione visiva. Tra questi. Caffè Solair, Pervert (Milano), Torture Garden e Crash (Londra). Per i periodici Babilonia e Pride ha eseguito in svariate occasioni diversi reportage dedicati e feste ed eventi da essi recensiti, mentre il suo progetto ARTPHOTOWORK  si propone di accogliere ed accomunare tutte le esperienze finora acquisite per elaborarle e sviluppare un  originale percorso di arte fotografica e di elaborazione dell'immagine; un progetto in continua evoluzione e nel quale confluisce l'esperienza maturata da Vincent anche attraverso la padronanza e l'utilizzo della computer grafica. Recentissima, selezione di Davide Giglio, ParàPhotò la sua partecipazione a Paratissima 2013, con il progetto PRIMEVISIONI che si è aggiudicato il secondo posto all'ormai consolidata kermesse dedicata a tutte quante le arti. cc


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